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Brasile-Marocco, rotta Atlantica

Mi chiudo alle spalle la porta dell’Ambar Hostel di Santa Cruz, in Bolivia, per sdraiarmi esausto sul letto a castello del dormitorio al Cafè Hostal di San Paolo, in Brasile.

Nel mezzo le distesi pianeggianti del Pantanal e il Mato Grosso del Sud, un paio di migliaia di chilometri, una successione di 3 bus a lunga distanza, 3 cittadini, 1 taxi collettivo, 3 linee di metro, per un calvario non preventivato di 46 ore di spostamenti.

La strada da Santa Cruz fino al confine brasiliano continua ad essere sterrata, ma gli scossoni e la distanza li assorbo dormendo comodamente su un bus extra comfort. Nonostante arrivi all’alba e debba aspettare un paio d’ore prima che la dogana apra il passaggio, davanti mi ritrovo una fila più mattiniera di me. Da qui la stazione dei bus di  Corumbà, la prima città brasiliana in zona, dista solo 6 km e coprire questo tragitto in 4 ore mi dovrebbe far propendere per tirare il freno e sostare, almeno un giorno.

Il tempo che posso passare in Brasile è ristretto, limitato dall’imbarco sulla nave cargo che tra una dozzina di giorni mi farà attraversare l’oceano Atlantico; aggiungere un giorno a Corumbà significherebbe toglierne uno a Rio de Janeiro.

Vince Rio, tra 4 ore parte il bus per Campo Grande: biglietto, zaino in deposito e ammazzo il tempo per le due vie di Corumbà.

Appena messo piede in Brasile, comunicazione e cucina sono le due differenze radicali in cui mi imbatto dopo le settimane sudamericane: se lo spagnolo era tanto facile, di portoghese capisco zero; invece gusto e varietà del cibo cambiano marcia, rodizio, churrasco e portate al chilo mi rompono la monotonia del riso con pollo, con le sue varianti petto-coscia e fritto o allo spiedo, che mi ha accompagnato a tavola soprattutto nel mese di Bolivia.

Da Campo Grande mi dividono 8 ore e vi arrivo con tutte le intenzioni di alloggiare e dormire in un letto, ma sapere che c’è un unico posto ancora disponibile sull’ultimo bus per San Paolo che parte tra un quarto d’ora, mi ingolosisce. Preso e altra notte su un sedile, questa volta non comodo come la precedente e il fatto di essere l’ultimo posto libero  lo fa però essere il primo in ordine di vicinanza al w.c., con l’aggiunta della una porta che non sta chiusa e mi sbatte sul bracciolo con l’andamento di un pendolo.

L’indomani pomeriggio sono a San Paolo, metropoli sterminata dove passo 2 giorni più per riprendermi che per visitare il poco che offre turisticamente; non c’è altro che mi faccia indugiare, direzione stazione e monto sul primo bus diretto a Rio.

In questo viaggio è uno dei posti che rivisito con piacere e mi sembra rimasto identico a come lo ricordavo alcuni anni fa, gran cordialità della gente e trasmette le stesse impressioni con il suo mosaico di palazzi, favelas, case coloniali, sparsi a caso tra i suoi denti di roccia monolitica e come cornice le spiagge da Flamengo a Tijuca.

Lapa, il centro storico, Copacabana, Botafogo, la mia settimana qui passa velocemente e il mio imbarco al porto di Santos dista solo una notte in bus. Mi sistemo a bordo della Santa Caterina, una nave cargo che sfiora i 300 mt di lunghezza e una capacità di 7000 container. La mia cabina è in linea con le dimensioni della nave e non credo di aver mai alloggiato in un posto così spazioso; se solo avesse anche un angolo cottura non mi stupirei se qualcuno ne chiedesse l’Imu.

Come per l’attraversata del Pacifico anche qui le giornate passano lente e noiose; ma per questa sono solo 10 giorni e le onde basse qui fanno navigare tranquillamente senza rollio.

Alle 8 di sera si getta l’ancora al porto di Tangeri, alla mia sinistra lo stretto di Gibilterra e la costa europea, alla mia destra la scaletta da dove inizia la strada nel mio quinto continente, direzione sud oltre la catena dell’Atlante e il Sahara nel mirino ho Dakar.

3.09.13 | 5.135 Commenti


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